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La tragedia ucraina (parte seconda) | Nicolai Petro
Il conflitto russo-ucraino sembra aver preso una piega inesorabilmente favorevole alla Russia, come si evince dai continui progressi compiuti sul campo di battaglia dalle forze armate russe e dalla vittoria alle elezioni presidenziali statunitensi di un candidato assai meno percettivo alla causa perorata dal governo di Kiev come Donald Trump. Tutto lascia supporre che, di qui a qualche mese, le operazioni militari cederanno il passo a negoziati che, quantomeno nell’ottica del Cremlino, dovranno culminare con la definizione di una soluzione politica definitiva del confitto. Il conseguimento di un risultato strategico di simile portata presuppone tuttavia un’analisi approfondita delle caratteristiche strutturali dell’Ucraina. Vale a dire un Paese le cui regioni orientali meridionali, dove risiede il 30% circa della popolazione, sono abitate in larga parte da individui che considerano la propria identità culturale inscindibile da quella russa. Le aree centrali e occidentali dello Stato, di contro, sono abitate per lo più da popolazioni inclini ad affermare la propria identità in contrapposizione spesso conflittuale a quella russa. Il processo di marginalizzazione della prima componente ad opera di una dirigenza politica ultra-nazionalista, salita al potere con la violenza nel 2014 e legata mani e piedi al cosiddetto “Occidente collettivo”, rappresenta uno dei principali detonatori di una guerra sanguinosissima e paragonabile per entità a quella combattuta in Corea nei primi anni ’50. Il compito che i negoziatori saranno chiamati a eseguire si rivela quindi particolarmente arduo e gravoso, anche alla luce della persistente, incrollabile renitenza delle autorità di Kiev a scendere a compromessi. Alcuni spunti fondamentali per agevolarne l’adempimento possono essere ricavati dalla tragedia greca, pregna di letture raffinatissime della natura umana in grado di fornire insegnamenti utili per porre rimedio, conciliando aspirazioni individuali, sociali e divine, a conflitti apparentemente insolubili. Questo è indubbiamente il punto di vista di Nikolai Petro, saggista, professore di Scienze politiche presso l’Università di Rhode Island e membro dell’Institute for Peace & Diplomacy, un think-tank di affari esteri statunitense. Sotto l’amministrazione guidata da George H.W. Bush, ha ricoperto l’incarico di assistente speciale del Dipartimento di Stato per le politiche verso l’Unione Sovietica.
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