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PAOLON RHYTHM
La spiegazione di questo vecchio video di "Jerry-Mosè" sta nel seguente nuovo post "ANOTHER BRICK IN THE WALL" di Nina Camelia.
"La scuola dell’obbligo, nella sua concezione originaria, nasce come argine all’esclusione e alla disuguaglianza: un progetto politico e sociale volto a fornire ai figli degli operai gli strumenti culturali necessari per emanciparsi dal destino assegnato loro dalla classe di appartenenza. Doveva essere un varco, un’apertura luminosa nella compattezza delle gerarchie sociali; un luogo in cui la cultura, finalmente resa accessibile, permettesse la formazione di una coscienza di classe capace di mettere in discussione il potere dei padroni. In altre parole, l’istruzione pubblica era nata anche per far sì che un giorno “i figli del popolo” potessero arrivare ai vertici della società e della politica, portandovi il punto di vista di chi, fino a quel momento, era stato relegato ai gradini più bassi della scala sociale.
Ma in un contesto capitalistico questo progetto, pur generoso e potenzialmente rivoluzionario, inizia presto a mostrare la sua carica perturbatrice. L’affarista, il detentore del capitale, ha compreso presto il rischio insito nell’istruzione gratuita e diffusa: ogni ragazzo di talento proveniente dal proletariato è un possibile elemento di rottura degli equilibri egemonici. La scuola pubblica, se davvero permette ai più meritevoli di emergere, minaccia la stabilità del sistema di potere. Così, lentamente ma inesorabilmente, si è in silenzio e saggiamente intervenuti.
La scuola dell’obbligo è stata progressivamente trasformata in una sorta di palestra disciplinare, un luogo dove l’obiettivo principale non è più liberare il potenziale creativo e critico degli individui, ma prepararli a inserirsi senza attrito negli ingranaggi della produzione. Fin dall’infanzia, gli studenti sono educati a obbedire, a rispettare norme e procedure con una devozione che rasenta la venerazione. Ogni “colpo di testa” laterale, ogni scintilla creativa o spirito di opposizione viene scoraggiato, o interpretato come un segnale d’indisciplina. La punizione diventa una sorta di rito attraverso cui interiorizzare che la disobbedienza non solo è inutile, ma colpevole. Ed è anche un monito per tutti gli altri che vi assistono per questo motivo è spesso pubblica o plateale. In questo modo molte giovani menti finiscono per diventare indifferenti alle ingiustizie sociali, non riconoscendovi più un terreno comune di sofferenza, né una responsabilità collettiva, un obiettivo condiviso per cui battersi in gruppo e unire le forze.
Così la scuola si è trasformata in un teatro di profonda ambiguità: da un lato continua ufficialmente a proporsi come luogo di trasmissione di cultura, di educazione al pensiero critico e analitico, di allenamento all’osservazione oggettiva e scientifica, ma anche come spazio in cui coltivare l’umanità, la sensibilità e quella vena “romantica” che storicamente accompagna l’idea stessa di formazione. Dall’altro lato, tuttavia, opera come una macchina di addestramento al conformismo sociale. Insegna a non deviare dal percorso stabilito, a non mettere in discussione la gerarchia, a non credere nemmeno per un istante di poterla sovvertire, anche quando essa si mostra ingiusta, impari o apertamente abusante.
Il risultato è una generazione di individui pronti a inserirsi senza rumore nella catena di montaggio del mondo capitalistico, dove la vita di ciascuno viene modellata come una grande fabbrica e il salario che sembra ricompensare il lavoro finisce invece per tradursi in una sottrazione occulta: quella del tempo necessario a coltivare sé stessi, le proprie relazioni, la propria interiorità. Il tempo della vita, che dovrebbe essere dedicato alla pienezza e alla consapevolezza, viene così sacrificato sull’altare dell’efficienza produttiva, senza che nessuno se ne accorga. Al contrario, i più continuano a invocare a gran voce più regole, più norme, più leggi che rettifichino, correggano e puniscano chi si muove lateralmente al sistema, perché inconsciamente sanno che la rottura dello schema rappresenterebbe la perdita di quelle misere certezze su cui ognuno ha costruito il proprio piccolo e vuoto mondo privato.
In questa tensione irrisolta tra emancipazione e controllo, tra cultura e disciplina, tra libertà e obbedienza, la scuola dell’obbligo rimane uno dei luoghi ambivalenti in cui si riflette – e si decide – il triste destino della nostra società irreversibilmente malata".
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